LE RAGAZZE PUNTUALI


     Fin da bambina, odiava aspettare. A sei anni, un giorno in cui la mamma l’aveva fatta attendere cinque minuti davanti alla scuola, aveva deciso che da quel momento sarebbe sempre rientrata a casa da sola. A dieci aveva deciso che nessuno le avrebbe più rubato un secondo del suo tempo prezioso. Per evitare di aspettare una risposta, aveva smesso di domandare. Per non rischiare di trovare la linea occupata, aveva smesso di telefonare. Ma nonostante il suo impegno, tutto continuava ad arrivare in ritardo: l’autobus, l’ora di ricreazione, la tv dei ragazzi, le telefonate di Clara, l’estate, la fine del caldo. Certo, l’impazienza non le aveva migliorato la vita neppure nei quarant’anni successivi. Come avrebbe potuto programmare non solo un’esistenza, ma addirittura la giornata, dominata com’era dall’urgenza del tutto subito? La risposta, però, era sempre la stessa: meglio niente oggi—ma che si sapesse subito!—che un uovo e una gallina domani.

     Ora, seduta al tavolo del ristorante, sola davanti a un quotidiano che aveva tirato fuori più per darsi un contegno che per ingannare l’attesa, si domandava perché si trovasse in quella situazione. Erano passati già dieci minuti, dunque un’eternità, dalle 20.30, il consueto orario dei loro appuntamenti, e di Clara non c’era traccia. Non una telefonata, non un messaggio arrivato per il tramite di un cameriere, opportu-namente trafelato. Niente. Ovviamente a Clara doveva essere successo qualcosa, altrimenti non si poteva spiegare né il ritardo, né la leggerezza con cui tale ritardo veniva gestito.

     Meglio, pensava, che l’imprevisto fosse davvero serio, perché in certi casi cosa può fare un essere umano? Se per esempio la mano che tiene il telefonino viene improvvisamente tranciata dal braccio, la priorità dell’altra mano è recuperare l’arto staccato, per portarlo ad esempio all’ospedale, o digitare il numero della tua amica ir-ri-ta-tis-si-ma che ti sta aspettando al ristorante da più, ormai, di dieci minuti? Ma questa era ovviamente teoria, e la teoria serviva solo a ricordarle tutto quel tempo perso a scuola per dimostrare che un triangolo è rettangolo, cosa che si poteva vedere benissimo a occhio nudo.

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