La prima volta che mi hanno letto un libro


Anne-Marie mi fa sedere di fronte a lei, sulla mia piccola sedia; si china, abbassa le palpebre e si addormenta. Da questo viso simile a una statua esce una voce di gesso. Che paura! Chi è che racconta? Cosa? E a chi?

Mia madre se n'era andata: niente sorrisi, niente strizzate d'occhio, ero in esilio. E poi questa lingua. Da dove proveniva tanta sicurezza? Poi d'un tratto ho capito: era il libro che parlava. 
Ne zampillavano frasi che mi spaventavano: erano veri e propri millepiedi, brulicanti di sillabe e di lettere, che allungavano i dittonghi, facevano vibrare le consonanti doppie; lancinanti, nasali, tagliate da pause e sospiri, ricche di parole sconosciute, si dilettavano di stesse e delle proprie peripezie senza occuparsi di me. 
A volte sparivano prima che potessi capirli, altre volte li capivo in anticipo e continuavano a rotolare nobilmente verso la loro fine senza concedermi nemmeno una virgola. 
—Jean-Paul Sartre, Les mots, Gallimard, 1964

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