Autoritratto con libri

 

Giuseppe Arcimboldo, Il bibliotecario, collezione del Castello Skokloster, Svezia, 1566 ca.

Quando guardo questo quadro, è come se mi vedessi in uno specchio. Un uomo che si trasforma in libri o libri che formano un uomo, in mezzo a quale metamorfosi mi trovo? Al centro della tela, il busto di un uomo. Lo sfondo è separato diagonalmente da una tenda verde che termina in mantello. La prima impressione è che l'uomo stia stringendo a sé i volumi. Infatti, il suo busto è fatto di oggetti che riguardano la lettura. Il dorso di un grande volume rosso definisce il suo braccio destro, e l'avambraccio disposto orizzontalmente rivela dei segnalibri alla sua estremità che formano delle dita. Il braccio sinistro è coperto da un mantello: il fondo della tenda che pende dietro di lui. La testa è sormontata da un libro con scritte a mano aperto in piano. 
Evidentemente alcuni dettagli di questo quadro non mi rappresenterebbero. Sono passati cinque secoli. Il copricapo e i segnalibri nappati che sostituiscono la frangia di capelli; le code di pelo di zibellino usate per spolverare i libri che stanno per i ciuffi della barba; le lenti d'ingrandimento da lettore al posto degli occhi. Ma la testa, questo ammasso confuso di titoli, questa piramide di pagine rilegate, nel complesso, sono proprio io.
Se non fossi negato nel disegno, disegnerei il mio autoritratto così, con colori e forme. Linee reali, che catturano la verità implausibile di una vita. Rappresentarmi tratto per tratto sarebbe più facile che parola per parola? Forse, ma sarei comunque tentato di aggiungere una didascalia all'interno o sotto il quadro. Ancora parole, nomi. Come nell'Autoritratto con due cerchi di Rembrandt. O l'Autoritratto di Dürer ammalato, con la scritta in tedesco: "Il luogo dove si trova la macchia gialla indicata dal mio dito, è dove sto male". Ma non mi dipingerei con la grossolana pesantezza di Arcimboldo. Non mi piacciono in generale le allegorie, né i suoi ritratti fatti di oggetti, che gridano sull'apparenza e tacciono sull'essenza.
Di Arcimboldo, che era lui stesso un bibliotecario, quello che mi piace di più è il nome. Perché mi ricorda il personaggio del romanzo di Roberto Bolaño, 2666. Un vero e proprio autoritratto di carta, pieno di enigmi, trompe-l'œil e trappole in cui compare un ghost writer sotto il nome di Benno von Arcimboldi, scelto per la sua risonanza anagrammatica con quello del romanziere, ma forse anche come eco di quello del pittore de Il bibliotecario. In bianco e nero, tra le righe, Bolaño ci mostra un uomo fatto di libri più di tutti i ritratti di Arcimboldo, barocchi e morti. 
Addio, dunque, a tavolozze, tele e pennelli, non abbiatevene a male. Mentre contemplo la mia biblioteca, scriverò il mio Autoritratto con libri in bianco e nero - soprattutto nero, è il mio registro, diesis e bemolle - e dipingerò con le parole la figura di un homme à livres, così come si dice homme à femmes.


Michel Schneider, Des livres et des femmes, Gallimard, 2021




Commenti

Post più popolari