Lo scrittore deve conoscere il metodo scientifico.

La medicina è la mia moglie legittima, la letteratura la mia amante. Quando sono stufo della prima, vado a dormire dall’altra. Sarà forse immorale, ma in compenso non è noioso, e per di più la mia infedeltà non fa torto a nessuna delle due. Se non avessi la medicina difficilmente dedicherei alla letteratura i miei ozi e i miei pensieri superflui. Sono un essere indisciplinato.

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Non dubito che la pratica delle scienze mediche abbia avuto un profondo influsso sulla mia attività letteraria. Essa ha notevolmente allargato il campo delle mie osservazioni, mi ha arricchito di cognizioni il cui vero pregio, per me in quanto scrittore, può comprendere solo chi è medico lui stesso. Essa ha avuto anche un’influenza orientativa e probabilmente, grazie ad essa, sono riuscito a evitare molti errori.
 
La conoscenza del metodo scientifico mi ha sempre tenuto all’erta e, dove è stato possibile, mi sono sforzato di aderirvi; dove non è stato possibile, ho preferito non scrivere affatto. Certo, in arte le convenzioni non permettono sempre una piena adesione ai dati scientifici: non si può rappresentare sulla scena una morte per veleno così come essa avviene nella realtà. Ma l’adesione ai dati scientifici deve farsi sentire anche in tali circostanze, cioè bisogna che il lettore o lo spettatore si rendano conto che si tratta solo di una convenzione e che lo scrittore sa come vanno le cose nella realtà.
— Anton Pavlovič Čechov, note autobiografiche, I racconti, 1965

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