Non è mai troppo presto per pensare alle ultime parole

Qualche tempo fa riflettevo che, arrivati a una certa età, tutti dovremmo iniziare a pensare a quali saranno le nostre ultime parole, così come tutti cominciamo a pensare a un piano pensionistico. Continua a sembrarmi un’idea prudente. Mi è venuto in mente, un giorno, immaginando un uomo qualsiasi, uno di quegli uomini ammirevoli che hanno speso la loro vita combattendo valorosamente per essere persone normali, pronunciare nel momento ultimo, per una casualità del linguaggio, la stessa frase che Goethe sembra avesse pronunciato prima di morire («Luce, più luce!»), e rimanere per sempre nella memoria dei suoi figli, nipoti e persone care come un gran sempliciotto. Non è giusto: quante vite degne sono state rovinate dalle ultime parole pompose; e viceversa: quante vite catastrofiche non possono essere redente (o almeno un po’ mascherate) da parole finali azzeccate.

Ricordo per esempio quelle dello squisito poeta cattolico Paul Claudel: «Dottore, crede che sarà stata la salsiccia?». O quelle di un grande spagnolo, di cui non conosco il nome: «Figli miei, qualcuno di voi sa a cosa servono i consigli provinciali?». Quanto a me, ho deciso che, se le forze mi accompagnano, nel momento ultimo pronuncerò le parole che diceva sempre, per salutare i pazienti che visitava, Don Pedro Poblador y Poblador, medico condotto del mio paese, poeta dilettante e uomo di grande dignità: lo ricordo camminare per le strade polverose con l’abito e il farfallino impeccabili, curvo sotto il peso della sua borsa da dottore. Le parole erano: «Visto il successo ottenuto /, me ne vado da dove son venuto».

— Javier Cercas, La Stampa, 4 marzo 2013

Hammerbrook - City can this really be true?

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