Ciò che scrivi è in fondo a te stesso e non ti dà scelta

Quando scrivo un romanzo mi calo sem­pre negli anfratti più bui del mio essere. Poi osservo i pae­saggi che vi incon­tro e li descrivo. In realtà, non si tratta di costruire un intrec­cio nella mia testa, ma una nar­ra­zione che in me esi­ste già, di rac­co­glierla e di sten­derla su carta. Si può dun­que dire che io non pos­siedo mai alcuna libertà di scelta, per quanto riguarda ciò che scelgo di rac­con­tare. Come se tutto fosse già lì, al fondo di me stesso. Dipende forse dai film che ho visto, dalla musica che ho ascol­tato, dai libri che ho letto. Hanno la loro impor­tanza anche le per­sone che ho cono­sciuto, e i pae­saggi e anche l’aria che ho respi­rato. Per non par­lare dei ricordi dolo­rosi che pro­ven­gono dal mio pas­sato, o al con­tra­rio le cose belle…

Tutti que­sti ele­menti molto per­so­nali sci­vo­lano per conto loro nelle sto­rie che scrivo. Ma, sic­come sono stati immersi, e a lungo, nell’oscurità, que­sti ele­menti s’incupiscono, al punto che, a volte, diven­tano un incubo. E’ ciò che accade nelle pagine piene di sevi­zie o di vio­lenza estrema e in cui il sesso si tra­sforma in qual­cosa di deviante.

La cosa strana, è che io non sono pes­si­mi­sta. Il con­tra­rio, piut­to­sto. Ciò che desi­dero mostrare, nelle mie sto­rie, è che, per poter spe­rare, biso­gna attra­ver­sare un lungo incubo. Per cer­care la luce, biso­gna essere avvolti da pro­fonde tene­bre. Per cono­scere la pace, biso­gna pas­sare attra­verso una vio­lenza che ci sfugge. Se ci sono per­sone che apprez­zano ciò che scrivo, que­sto dipende forse dal fatto che per­ce­pi­scono la con­vin­zione, che giace in fondo al mio cuore, che si può sem­pre cogliere un pic­colo accenno di luce anche nella notte più buia.

— Haruki Murakami, Le Nou­vel Observateur, 25 agosto 2011

Hammerbrook - City can this really be true?

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