mercoledì 6 agosto 2014

Una voce che senti sussurrare in un gabinetto pubblico

Penso che stiamo entrando in un periodo rivoluzionario di intimità fra scrittore e lettore. Nessuno dei tramiti o dei guardiani che solitamente governavano tale rapporto ha più vera rilevanza: un editore non è garanzia di qualità per i lettori giovani (Cos’è Random House?), così come non lo è un certo agente letterario, e nessuno dei tradizionali percorsi di formazione e apprendistato. La gente si convincerà che sai scrivere solo leggendoti, avvertendo l’efficacia, la bellezza e le potenza delle tue frasi nel momento in cui le risuonano (o non riescono a risuonarle) in testa. In fondo, chiaramente, è sempre stato così, ma adesso tutto si basa su quella fondamentale connessione umana, dato che l’impalcatura dell’editoria, che sorreggeva e sostentava quel rapporto (e gli forniva una copertura quando era debole) comincia a crollare.

Perché scrivere? Per esprimere la realtà delle capacità umane. Senza le quali non ci può essere arte né politica. Il nostro attuale modo di vivere è congegnato in maniera tale da incoraggiarci a credere che le nostre uniche capacità valide siano quelle che ci mettono in grado di acquistare merci. Tutto il resto è “subappaltato”, delegato ad altri. Sono altre persone a produrre il cibo che mangiamo e a cucinarlo, altre persone a realizzare i vestiti che indossiamo, spesso in condizioni di cui preferiamo non sentir parlare. (La nostra coscienza la deleghiamo agli attivisti e alle associazioni umanitarie.) Veniamo aggressivamente intrattenuti da “creativi” della tv che ci esentano dal dover essere creativi in prima persona, siamo politicamente sfiduciati per apatia e per la sensazione – di solito corretta – che la nostra classe politica sia meno potente delle aziende che la finanziano. Scrivere – per quanto patetico o assurdo possa sembrare farlo – ci permette di dimostrare che possediamo ancora abilità, idee e mezzi di comunicazione che sono nostri e basta, non legati alle carte di credito o alla posizione sociale. Ci consente di vedere il fine delle nostre azioni: almeno qui, su questa pagina.

Il motivo per cui così tante persone hanno ancora voglia di dire “sono uno scrittore!” è che è uno dei pochi ruoli simbolici rimasti nella nostra cultura che sembra offrire alla gente ciò che la cultura nel suo insieme offre in teoria ma annichilisce nella pratica: l’autodeterminazione e l’espressione di sé.

Logicamente, che il mestiere della scrittura non doni lo stesso tipo di libertà che si potrebbe pensare diventa ovvio quasi subito per chi molla il lavoro e si mette a tavolino per tentare di intraprendere seriamente questa carriera. E quelli che lo fanno fanno per il prestigio o il potere che credono di ottenerne sono i primi a restare delusi. Anche gli scrittori di successo non possono assolutamente aspettarsi una posizione di vera autorevolezza all’interno della nostra cultura: non più.

Il tuo valore è pari soltanto a quello della pagina che stai scrivendo, o della tua pagina che qualcuno ha appena letto. E su internet è probabile che il tuo nome comunque si sganci da quella pagina, e diventi semplicemente un “contenuto”, che gira per il mondo, è accessibile a chiunque e forse verrà considerato – in un futuro non troppo lontano – scritto da nessuno. (Fenomeno che ho sperimentato in prima persona: la frase che online mi si attribuisce più spesso in realtà è stata scritta da mio marito.) Ma allora come verranno pagati gli scrittori? Non ne ho idea. Forse ogni cittadino pagherà una “tassa per la cultura”. Forse gli scrittori torneranno a cercare la protezione dei mecenati. Senz’altro a questa nuova diffusione del ruolo dello scrittore dovrà corrispondere una nuova umiltà. I romanzi che parlano ai propri lettori come un prete parla alla sua comunità di fedeli appartengono a un’altra epoca. Che tono avranno i libri del futuro? Forse quello di una voce che si sente sussurrare in un gabinetto pubblico da un buco nella paratia che lo separa da quello accanto. Una scrittura che si costruisce a partire da fondamenta piccole, che ha un sapore artigianale e idiosincratico, che assomiglia non tanto a un’epica fanfaronata quanto a una sorta di interrogazione.

Io ho questa sensazione. E tu? Io ho visto questa cosa. Riesco a farla vedere anche a te? Io ho avuto questa idea: tu la capisci? Io ho questo rapporto con la morte. E tu? Io ho questo rapporto con la tecnologia. E tu? Io ho questo rapporto con me stesso, e questo rapporto con il mondo. E tu? Io mi sto chiedendo se scrivere è possibile. E tu?

Il che forse vale soltanto a dire che la prosa – a livello sia spirituale che professionale – si avvicinerà alla condizione della poesia. Il ruolo del grande romanziere, dell’artista onnisciente, è una maschera dei tempi andati che ogni tanto qualcuno ancora indossa, cercando di convincersi che gli sta bene, sperando di non sembrare troppo assurdo. Ma nessuno può essere onnisciente al giorno d’oggi: c’è troppo da vedere. Un tempo il mondo era piccolo: si pensava soltanto alla condizione degli abitanti del proprio villaggio e di quello accanto. Ora perfino il semplice gesto di preparare la cena – broccoli provenienti dal Kenya, patate dalla Spagna, stoviglie dalla Cina – ci costringe a pensare alle condizioni in cui la gente vive in tutto il mondo.

Per me, ora, lo scrittore occupa una posizione che sta in qualche modo al di sotto dell’artista, più vicino a quella dell’artigiano: un minuzioso fabbricante di oggetti, versato nel suo mestiere, le cui merci sono rilevanti o inutili a seconda della richiesta, ma che continua a costruirle comunque – per qualche assurda esigenza interiore – anche quando dall’altra parte della città apre un enorme stabilimento industriale. Io ho costruito questa sedia. Vi ci volete sedere? Ci volete salire sopra e mettervi a strillare? La volete fare a pezzi e usarla per accendere il fuoco? Un artigiano può sperare in tutte queste cose. Ma deve sempre mettere in conto l’eventualità – più comica che tragica – di essere un eccellente fabbricante di sedie che ha costruito una sedia che eccede la domanda, che è superflua in questo mercato, che nessuno vuole, o di cui nessuno ha bisogno.

— Zadie Smith, Pre­mio Gre­gor von Rez­zori
lectio magistralis, 15 giugno 2011

Hammerbrook - City can this really be true?

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