domenica 3 agosto 2014

Racconti rivelatori che tutti dovrebbero leggere

L'altro giorno un amico mi fa: “George, se un alieno ti prelevasse con un raggio nella sua astronave e ti chiedesse di spiegargli cosa si prova a essere umani, che gli diresti?

“Beh,” gli ho detto, “consiglieri all’alieno di investire alcuni giorni nella lettura di racconti.” I racconti sono profonde, cifrate cristallizzazioni di conoscenza umana. Sono macchine rarefatte, dense, in grado di gettare luce sui dilemmi più pressanti della vita. Se ne leggesse una selezione accurata, il nostro alieno potrebbe, in poche ore, imparare tutto ciò che gli serve sapere sul modo in cui viviamo. Tranne forse come ci si sente a lasciare l’auto in un parcheggio pubblico e camminare in cerchio per tre ore, cercando di apparire come se sapessi dove stai andando, così la gente che passa al volante—che ha trovato facilmente la propria auto, poiché ha scritto il numero del parcheggio sul polso o altre parti del corpo—non ti guardi con disprezzo. Non credo ci sia un racconto su questo argomento, ancora.

Comunque.

“Cos’è ‘sta cosa chiamata amore?” potrebbe chiedere il nostro alieno.

“Dunque,” direi io. “Il tuo primo compito sarà di leggere lo splendido “La signora col cagnolino” di Čechov che parla di un filarino apparentemente casuale che si trasforma in vero amore, tra arresti e ripartenze, persino contro l’intenzione degli amanti.

“Succede spesso giù da voi?” chiederà l’alieno.

“Sì,” dirò io. “Anche se per lo più nella Russia del XIX secolo. (Non c’è bisogno di scendere troppo nei dettagli con l’alieno.) Ma, anche, sarà importante che sappia che non tutti trovano l’amore sulla terra. Così “Sulla carrozza”, ancora di Čechov, una delle storie più tristi mai scritte, in cui non succede assolutamente nulla, tranne questo: Cuore solitario rimane solitario. Ma gli alieni, una volta che si innamorano, non rompono mai? Speriamo che sia così. Immaginate se tutti questi alieni vivessero monogami per, diciamo, 90.000 anni, facendo l’amore in quel modo lento e telepatico che hanno loro. Baah. Diamogli da leggere “The Three-Day Blow” di Ernest Hemingway, una grande breakup story che contiene anche uno dei più bei dialoghi tra ubriachi della letteratura. Gli alieni si sbronzano? Ho sentito di sì, è così che si è formato il Grand Canyon.

Ma non c’è solo l’amore quaggiù. Siamo anche ossessionati dai soldi. E il nostro alieno dovrebbe leggere “In cantina” di Isaac Babel, la storia più fulminante mai scritta sulle classi sociali: semplice come una barzelletta (un ragazzo povero viene invitato nella casa di uno ricco, e deve, ahi, ricambiare), profonda come una parabola nel modo in cui mostra come la povertà infetti e terrorizzi tutto ciò che tocca. Contiene anche una frase tremenda, che potrebbe tornare utile agli alieni nel loro pianeta: “Nipote, ora prendo l’olio di ricino, così ho qualcosa da mettere sulla tua tomba.”

A questo punto il nostro alieno si è fatto un’idea di noi umani, e le sue lunga dita verdi strisciano verso il Raggio della Morte. Fermo lì, Zircon13! I terrestri possono anche essere buoni. La prova: “When Mr. Pirzada Came to Dine” di Jhumpa Lahiri. Ne ho parlato a una classe di studenti universitari un paio di anni fa, dopo una serie di storie contemporanee dark e delittuose, e ne è nata una bellissima conversazione su come sia difficile creare un’azione drammatica con persone perbene e che si vogliono bene – e su quanta è la soddisfazione quando qualcuno ci riesce.

Gli alieni hanno una madre? So che alcuni alieni si riproducono spontaneamente strappandosi parti del corpo e piantandole per terra e annaffiandole, ma poniamo che il nostro alieno non sia di quel genere. Gli darei “I Stand Here Ironing” di Tillie Olsen (dove una madre operaia riflette, duramente, su come la povertà abbia complicato il suo rapporto con la figlia), per mostrargli che le nostre madri qui sulla terra sono buone a amorevoli proprio come quelle aliene – e forse ancora di più, perché quaggiù, amico mio, siamo condizionati (e bada non mi sto lamentando) da un materialismo oppressivo, che rende tutto difficile, a differenza di quanto succede da voi, con i vostri “giardini infiniti” e diavolerie del genere.

Lassù sul vostro pianeta la gente forse vive per sempre? Beh, non quaggiù. E questo ci terrorizza, come dimostra il bellissimo “La morte di Ivan Ilych”, che si ispira a un aneddoto che Tolstoj aveva sentito: Un uomo sul punto di morte urla interrottamente durante tutto il suo ultimo giorno di vita. Il risultato è vivificante e terrorizzante, come partecipare al proprio funerale – ma in senso positivo! Sappiamo fin dalla prima pagina che Ivan è morto, ma ce ne dimentichiamo, e mentre il momento si avvicina, ci troviamo in un (molto familiare) stato di diniego. Cos’è che può salvarlo? Nulla. Qual è la colpa che lo fa morire in un simile stato di terrore? Ciascun lettore risponderà a questa domanda in modo diverso, e se la mia esperienza vale per gli altri, risponderà in un modo diverso a seconda della fase della sua vita.

Il nostro alieno ci guarda in modo strano . «Poveracci», sembra voler dire, con i suoi 4 occhi verdi e i 3 blu e quella specie di naso che penzola da quell’altra più piccola specie di naso : «Ma come riuscite a sopravvivere? Non avete piaceri laggiù?»

«Certo,» dico. «Molti piaceri.» Una cosa che a noi umani piace tantissimo è dare giudizi sugli altri e lasciare che questa opinione si cristallizzi così possiamo sentirci superiori agli altri e goderne. O almeno è una cosa che piace a me. Per quanto questo piacere non dura a lungo, come lo dimostra «Dance of the Happy Shades» di Alice Munro, «The Deacon» di Mary Gordon e «A Small, Good Thing» di Raymond Carver. In ognuno di questi racconti il lettore è accompagnato in un confortevole luogo di cattiverie, dove lo scrittore e il lettore cospirano nell’odiare o disprezzare un personaggio. Poi arriva il rovesciamento: il lettore scopre di aver tifato (erroneamente) per l’intolleranza e la malvagità. Questo, forse, è il momento più quintessenzialmente terrestre: quando scopriamo di aver sottostimato uno dei nostri simili. Ma la letteratura è anche un momento dolce, perché la vergogna del lettore prova che è ancora in grado di distinguere tra il bene e il male e che preferisce il bene. Ora guardate nostro alieno: anche lui si è ripromesso di essere più generoso in futuro?

Se lo ha fatto, magari è umano pure lui.

— George Saunders, Eye-Opening Short Stories Everyone Should Read, O: The Oprah Magazine, luglio 2014

Hammerbrook - City can this really be true?

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