mercoledì 13 agosto 2014

Narratori inattendibili e lettori senza scampo

Nei suoi racconti horror Poe offrì al mondo una bella collezione di nevrotici, paranoici e psicopatici. Penso in particolare ai narratori dementi del Cuore rivelatore e del Gatto nero, e anche a Roderick Usher e a William Wilson. Ma non credo che nessuno dei personaggi di Poe sia spaventosamente pazzo quanto Montresor, colui che narra La botte di Amontillado.

Il resoconto, da parte di Montresor, della sua esacerbata amicizia con un uomo di nome Fortunato incomincia, nella prima frase del testo, con una minaccia. “Le mille offese di Fortunato le avevo sopportate come meglio potevo, ma quando arrivò all’insulto giurai di vendicarmi”. Che ricchezza patologica rivelano queste parole! – giacché ben presto appare chiaramente che le “mille offese” di cui parla Montresor sono per lui meno gravi dell’“insulto” che dichiara di aver subito.

Che cosa sono dunque queste mille offese? Sono gesti di disprezzo? Allusioni, magari, accenni e sussurri? Man mano che il racconto si dipana, con crescente disagio incominciamo a capire che è a causa di questo disprezzo, e dell’insulto che ne consegue, che Montresor ha murato l’amico nelle cantine di un palazzo veneziano in rovina e l’ha lasciato lì a morire. Questo è uno scrivere la follia di altissimo livello.

È anche uno dei primi buoni esempi di narratore inattendibile. Dopo averci introdotto nella paranoia di Montresor con quella prima frase, Poe non ci lascia più scampo. Come il povero Fortunato, anche noi siamo rinchiusi in una struttura soffocante da cui solo la morte – o la fine del racconto – può liberarci. Fino a quel momento, siamo prigionieri di una logica perfetta, se non fosse che è costruita su una premessa falsa, folle.

I miei esperimenti nell’arte oscura di scrivere la follia incominciarono davvero con un romanzo che riecheggiava alla lontana Poe. Voleva essere il semplice racconto di un idraulico londinese che uccide la moglie per potersi portare in casa l’amante, una prostituta. Ebbi l’idea di far raccontare la storia al figlio bambino dell’idraulico. Poi decisi che il bambino doveva ricordare questi fatti da adulto, ma che la sua rievocazione non corrispondeva a ciò che era accaduto. Poi mi venne in mente che il mio narratore non fosse semplicemente inaffidabile, ma psicotico. Soffriva di schizofrenia.

Qui il problema di scrivere la follia mi si presentò per la prima volta forte e chiaro. La narrativa d’invenzione e la psicosi sono entità che si escludono a vicenda. Il figlio del mio idraulico non possedeva l’agghiacciante rigore intellettuale del Montresor di Poe, ma era nondimeno malato, una creatura disorganizzata i cui pensieri saltavano di palo in frasca a seconda di ciò che gli era intorno e delle associazioni apparentemente casuali che scattavano nella sua mente confusa. Soprannominato “Spider” dalla madre – prima della morte prematura di costei – il suo cervello non curato era un insieme incoerente di irrazionalità, allucinazioni e illusioni sensoriali.

Il romanzo, tuttavia, per come allora concepivo il genere – ero solo alla seconda prova – richiede una sorta di crescendo narrativo fondato sul principio di causa, che alla fine garantisce un quadro coerente. L’obiettivo era dunque rendere il caos fluttuante della psicosi all’interno della struttura ordinata della narrazione, senza falsare la rappresentazione della malattia e senza rendere oscuro il progresso della trama.

— Patrick McGrath, "Scrivere la follia"
Lectio magistralis, Premio Von Rezzori, 12/6/2013

Hammerbrook - City can this really be true?

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