domenica 13 luglio 2014

La lettura ha luogo in un tempo umano: il tempo del corpo

Scrivere consiste in un atto percettivo equivalente a una traduzione: i segni inerti di un alfabeto assumono nella mente significati vivi. A pensarci è tutto molto strano, e forse non sorprende il fatto che la lingua scritta sia arrivata tardi nella nostra storia evolutiva, molto dopo quella parlata. A quanto pare, l'alfabetizzazione, come tutte le attività apprese, altera l'organizzazione del cervello. Alcuni studi hanno dimostrato che le persone alfabetizzate elaborano i fonemi in maniera differente rispetto agli analfabeti. La conoscenza di un alfabeto sembra rafforzare la capacità di comprendere un discorso come una serie di elementi separati.

Una volta, prima che imparasse a leggere, mia figlia mi fece una domanda alla quale mi fu difficile rispondere. Indicò uno spazio bianco tra due parole sulla pagina di un libro che le stavo leggendo e disse: "Mamma, cosa vuol dire il niente?". Spiegare il significato di quel vuoto non era certo una quisquilia. La mia piccola analfabeta di tre anni non capiva l'ordine sequenziale e le separazioni inerenti al linguaggio, ovvero ciò che traspare molto più chiaramente sulla pagina che non nel parlato.

Esistono moltissime teorie sui meccanismi della lettura, ma nessuna è completa, dal momento che non si sa ancora abbastanza della neurofisiologia relativa all'interpretazione dei segni; in ogni caso, si può affermare con certezza che leggere è un'esperienza unicamente umana di "collaborazione" con le parole di un'altra persona, lo scrittore, e che i libri sono letteralmente animati da chi li legge perché la lettura è un atto incarnato. Il testo di Madame Bovary è fissato per sempre in francese, ma è condannato a essere di per sé lettera morta e privo di significati se non viene assorbito da un essere umano che vive e respira.

L'atto di leggere ha luogo in un tempo umano, il tempo del corpo: con il corpo condivide i ritmi, il battito cardiaco, il respiro, il movimento degli occhi, le dita che sfogliano le pagine. Nessuno, però, presta particolare attenzione a questi aspetti. Quando leggo, chiamo in causa la mia capacità di attivare un discorso interiore. Adotto le parole scritte dall'autore, il quale diventa il mio narratore interno, la voce che risuona nella mia testa. Questa nuova voce ha i suoi ritmi e le sue pause, che leggendo percepisco, accolgo, condivido. Il testo è sia fuori che dentro di me. Se ho intenzione di leggere in maniera critica, le mie parole si inseriranno nel discorso. Potrò intervenire con domande, dubbi, curiosità, ma non occupare entrambe le posizioni contemporaneamente. O leggo il libro, o mi fermo per riflettere su quanto ho letto. Leggere è un atto intersoggettivo: lo scrittore è assente, ma le sue parole diventano parte del mio dialogo interiore.

Mi capita di leggere soltanto a metà. Seguo con gli occhi le frasi sulla pagina, mi immergo nelle parole, ma i miei pensieri sono altrove, e dopo un po' mi rendo conto di aver letto due pagine senza aver capito granché. Talvolta mi trovo a leggere velocemente abstracts scientifici, scorrendo in fretta il testo per capire se può interessarmi l'articolo per intero. Leggo invece lentamente le poesie, lasciando che la musica delle parole riecheggi dentro di me. A volte mi capita di leggere e rileggere l'enunciato di un filosofo perché non ne capisco il significato. Riconosco ognuno dei termini all'interno della frase, ma il loro accostamento richiede tutta la mia concentrazione e una lettura a più riprese. Testi diversi chiamano in causa differenti strategie, ciascuna delle quali diventa automatica.

— Siri Hustvedt, Living, Thinking, Looking, 2012

Hammerbrook - City can this really be true?

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