martedì 11 febbraio 2014

Čechov non è Maupassant.

I critici russi, quando volevano far piacere a Cechov, paragonavano le sue novelle a quelle di Maupassant. Maupassant è un artista meraviglioso, ingiustamente screditato oggi [1941], ma bisogna pur convenire che i suoi racconti sembrano troppo spesso meccanismi impeccabili mentre quelli di Čechov sono esseri viventi con i difetti e le qualità delgi esseri viventi: l'imperfezione umana e la misteriosa vibrazione della vita.

Edmond Jaloux ha detto molto giustamente che i migliori racconti di Maupassant sono viziati dal loro carattere aneddotico, forzato; mirano a uno scatto, a un effetto. L'ultima frase penetra nella mente del lettore come una freccia. Čechov, invece, vuole lasciare un'impressione analoga a quella che dà la musica. Le sue novelle finiscono in maggiore o in minore, con una sorta di eco limpida e sonora.

Maupassant, Mérimée e altri ancora, nelle loro novelle mettono in luce un episodio, un unico avvenimento. La molteplicità dei personaggi e delle scene è riservata al romanzo. Sembra una cosa logica; in realtà è arbitraria come la maggior parte delle regole artistiche. Quando, in una novella, o in un romanzo, si mette in risalto un eroe o un fatto, si impoverisce la storia; la complessità, la bellezza, la profondità della realtà che dipendono da quei numerosi legami che mettono in relazione un uomo con un altro, un'esistenza con un'altra, una gioia con un dolore.
[...]
Quando, però, Čechov distingue un personaggio tra gli altri nella folla, non sceglie mai, per parlarci di lui, una crisi qualunque nella sua esistenza. Qualcuno ha seguito quell'esempio in maniera incomparabile: è Katherine Mansfield. È indubbio che sia stato Čechov a insegnarle quel segreto: scegliere il quotidiano dei giorni, l'ordinario e non l'eccezionale.

Ecco "Van'ka", il piccolo apprendista calzolaio, che scrive a suo padre, al villaggio. È un giorno come tutti gli altri, né più felice né più infelice, ed è questo, forse, che ci tocca tanto. Ecco l'ammirevole "Toska" (La nostalgia). Un cocchiere ha perso suo figlio. Non può parlare con nessuno di quella morte; alla fine la racconta al suo cavallo. Nessun avvenimento; neanche il minimo fatto; solo un destino spaventoso.

Ora, la realtà (tranne in tempi eccezionali) è povera di avvenimenti. Il lettore si riconosce in quelle esistenze medie, in quelle giornate monotone e senza scalpore. Si riconosce e si ritrova. Perché, troppo spesso, al momento di una crisi spunta un essere che non è lui. Non è veramente se stesso, indubbiamente, se non nella calma e nella noia.

Infine Čechov, anche se in una mezza pagina ci mostra un uomo, riesce a farci percepire la sua vita interiore. Maupassant e Mérimée ci dipingono una passione, un tratto del carattere, e se ne accontentano.

— Irène Némirovsky, La vie de Tchekhov, 1941-42
(pubblicato postumo nel 1946)

Hammerbrook - City can this really be true?
      

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