martedì 28 gennaio 2014

La scrittura costringe a sapere

Uno dei più grandi scrittori che si sono cimentati con l'ambiguità del segreto, della sua rivelazione e della sua custodia, è Javier Marías. Come accade ai veri scrittori, anch'egli ha scoperto per così dire a posteriori, dopo averne scritto, uno degli elementi essenziali della sua scrittura; vale per quasi tutti i suoi libri quello che ha detto a proposito di Un cuore così bianco: "Ho scoperto (ma solo dopo averlo terminato) che Un cuore così bianco parlava del segreto e della sua possibile convenienza, della persuasione e dell'istigazione, del matrimonio, della responsabilità di chi ha saputo, della possibilità di sapere e dell'impossibilità di ignorare il sospetto, del parlare e del tacere." Il protagonista di questo romanzo dice, già all'inizio: "Non ho voluto sapere ma ho saputo" e il saperlo è più una sventura che una liberazione.

Non solo per i servizi segreti, sempre e necessariamente deviati, ma per chiunque, anche nella vita quotidiana, sapere è potere; per i comuni mortali, perdere l'ignoranza e l'oblio (ossia l'innocenza) significa trovarsi indifesi; non poter ignorare ciò che è successo, con tutte le labirintiche implicazioni che ciò comporta, significa anche perdere la tranquilla naturalezza di esistere. O, come dice Marías, "Raccontare deforma, raccontare i fatti deforma i fatti e li altera e quasi li nega, tutto ciò che si racconta diventa irreale e approssimativo benché veritiero, la verità non dipende dal fatto che le cose siano o succedano, ma dal fatto che rimangano nascoste e non si conoscano e non si raccontino; appena si raccontano o si manifestano o si mostrano, anche in ciò che appare di più reale, in televisione o sul giornale, in ciò che si chiama la realtà o la vita o addirittura la vita reale, passano a formare parte dell'ananolgia e del simbolo, e dunque non sono più fatti, ma si trasformano in riconoscimento. La verità non riluce, come si dice, perché l'unica verità è quella che non si conosce e non si trasmette, quella che non si traduce con parole né con immagini, quella celata e non controllata Forse per questo si racconta tanto o si racconta tutto, perché niente sia mai accaduto, una volta raccontato."

Svelare il segreto, portarlo alla luce, significa sempre anche deformarlo, già solo per il fatto di immetterlo in un contesto diverso, così come nel principio di indeterminazione di Heisenberg osservare un fenomeno significa già modificarlo, per cui si viene a conoscere non il preteso (inesistente?) fenomeno in sé, bensì il fenomeno conosciuto e osservato.

La scrittura è sempre uno scavare alla ricerca di qualcosa che si rivela — quando si rivela — soltanto durante questa ricerca e che, in quanto si tratta di qualcosa di non conosciuto, è un segreto. In ciò consiste la verità della scrittura ma anche il suo potenziale devastante, perché costringe a sapere. Lo scrittore è una spia, di se stesso o di altri, e dopo la sua delazione l'esistenza non è più la stessa. Si è responsabili di ciò che si ascolta e si riferisce, perché i fatti — dice ancora Marías — esistono solo se qualcuno li ricorda e li racconta. Ciò sconvolge l'esistenza, giacché le conseguenze di qualsiasi gesto sono incalcolabili; "L'unica sicurezza" — si dice nel romanzo Domani nella battaglia pensa a me — sarebbe non dire e non fare mai nulla."

— Claudio Magris, Segreti e no, 2014

Hammerbrook - City can this really be true?
      

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