Il tempo impuro della narrazione che la grammatica non ci mette a disposizione.

L’uso del tempo, dei tempi, è uno degli aspetti magistrali del narrare di Mario Vargas Llosa. Un altro grande scrittore, Italo Svevo, si lamentava che la grammatica non mettesse a disposizione alcun tempo verbale che gli permettesse di narrare veramente la vita. La grammatica, egli diceva, ha solo “tempi puri”: il presente, l’imperfetto, il futuro e così via; anche in lingue diverse esistono tempi diversi, ma sempre precisi, puri, espressione di una sola dimensione temporale.

Svevo cercava invece quel tempo “impuro” che è il tempo della vita: quello in cui io vivo adesso ricordandomi di qualcosa del passato, che non è solo un ricordo, come ad esempio un numero di telefono, ma è qualcosa (un evento, una passione) che cambia e mi cambia, nel momento in cui lo sto ricordando, rendendomi un po’ diverso e diventando esso stesso un po’ diverso nell’istante in cui lo integro nuovamente in me, mentre al tempo stesso io mi proietto nel futuro sporgendomi in avanti e portandomi dietro cose lontane divenute nuovamente vicine e quindi, in una certa misura, un po’ differenti.

È questo tempo “impuro” della narrazione che la grammatica non ci mette a disposizione, ma che i grandi scrittori —come Svevo— desideravano e che i grandi scrittori, come Svevo o Vargas Llosa, in realtà posseggono, a dispetto della grammatica.
— Claudio Magris (con Mario Vargas Llosa)
La letteratura è la mia vendetta, 2012

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