lunedì 7 ottobre 2013

L'Eterno Marito letto da René Girard

L'Eterno marito è la storia di Pavel Pàvlovič Trusockij, un notabile di provincia che dopo la morte della moglie parte per Pietroburgo allo scopo di ritrovarne gli amanti. Il racconto mette pienamente in luce il fascino che esercita sui protagonisti dostoevskijani l'individuo che li umilia sessualmente. [...]

Al suo arrivo a Pietroburgo, Trusockij può scegliere fra due amanti della moglie defunta. Il primo, Vel'čàninov, è il narratore dell'Eterno marito; il secondo, Bagautov, ha soppiantato Vel'čàninov nel cuore della sposa infedele e il suo dominio si è rivelato più durevole del precedente. Ma Baugatov muore a sua volta e Trusockij, dopo i funerali a cui assiste in lutto stretto, ripiega, in mancanza di meglio, su Vel'čàninov.

Agli occhi di Trusockij è Baugatov —perché lo ha più radicalmente ingannato e schernito—che incarna pienamente l'essenza della seduzione e del dongiovannismo. È di questa essenza che Trusockij si sente privo, proprio perché la moglie l'ha ingannato; è quindi di questa essenza che egli cerca di appropriarsi diventando il compagno, l'emulo e l'imitatore del proprio compagno trionfante.

Per capire questo masochismo bisogna dimenticare il bagaglio medico che abitualmente lo oscura al nostro sguardo e leggere, molto semplicemente, L'eterno marito. In Trusockil non vi è un desiderio di umiliazione nel senso consueto del termine. L'umiliazione costituisce, piuttosto, un'esperienza così terribile che inchioda il masochista all'uomo che gliel'ha inflitta o a coloro che gli somigliano. Il masochista non può ritrovare la stima in se stesso se non con una vittoria clamorosa sull'individuo che lo ha offeso; ma questo individuo acquisisce ai suoi occhi dimensioni così favolose da sembrare contemporaneamente l'unico capace di procurare quella vittoria. Vi è nel masochismo una sorta di miopia esistenziale che restringe la visione dell'offeso alla persona dell'offensore. Quest'ultimo stabilisce non solo lo scopo dell'offeso ma anche gli strumenti della sua azione. Ciò significa che la contraddizione, la scissione e lo sdoppiamento sono inevitabili. L'offeso è condannato a girare senza fine intorno all'offensore, a riprodurre le condizioni dell'offesa e a farsi offendere nuovamente. Nelle opere che abbiamo considerato finora, il carattere ripetitivo delle situazioni genera una specie di umorismo involontario. Nell'Eterno marito questo carattere ripetitivo è sottolineato; lo scrittore ne trae effetti comici del tutto consapevoli.

Nella seconda parte del racconto, Trusockij decide di risposarsi e cerca di coinvolgere Vel'čàninov nell'impresa. Non può aderire alla propria scelta finché il seduttore patentato non ne abbia confermato l'eccellenza, finché quest'ultimo non desideri, insomma, la ragazza che egli stesso desidera. Egli invita dunque Vel'čàninov ad accompagnarlo dalla giovane. Vel'čàninov cerca di esimersi, ma finisce per cedere, vittima, scrive Dostoevskij di un "bizzarro impulso". I due uomini si fermano dapprima in una gioielleria e l'eterno marito chiede all'eterno amante di scegliere per lui il regalo da destinare alla futura sposa. Poi vanno a casa della signorina e Vel'čàninov ricade, invincibilmente, nel proprio ruolo di seduttore. Egli piace e Trusockij non piace. Il masochista è sempre l'artefice affascinato della propria infelicità.

Perché si lancia in questo modo nell'umiliazione? Perché è immensamente vanitoso e orgoglioso. La risposta è paradossale soltanto in apparenza. Quando Trusockij scopre che la moglie gli ha preferito un altro, lo shock che ne prova è terribile perché egli si è fatto un dovere di essere il centro e l'ombelico dell'universo. L'uomo è un vecchio proprietario di servi; è ricco; vive in un mondo di padroni e di schiavi; è incapace di vedere una via di mezzo tra questi due estremi, il minimo scacco lo condanna dunque alla servitù. Marito ingannato, si vota egli stesso al nulla sessuale. Dopo essersi concepito come un individuo da cui irradiavano naturalmente la forza e il successo, si considera un rifiuto che trasuda inevitabilmente impotenza e ridicolaggine.

L'illusione dell'onnipotenza è tanto più facile da distruggere quanto più è totale. Fra l'Io e gli Altri si stabilisce sempre un raffronto. La vanità pesa sulla bilancia e la fa pendere sempre verso l'Io; non appena questo peso viene a mancare, la bilancia, raddrizzatasi bruscamente, penderà verso l'Altro. Il prestigio che attribuiamo a un rivale troppo felice è sempre la misura della nostra vanità. Crediamo di stringere saldamente lo scettro del nostro orgoglio, ma esso ci sfugge al minimo scacco per ricomparire, più splendente che mai, nelle mani di un altro.

— René Girard, Dostoïevski du double à l'unité, 1953
Traduzione di Roberto Rossi

Hammerbrook - City can this really be true?

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