Il realismo è l'anti-abitudine, una forma di innamoramento

Lo racconta Chesterton in una sua bella biografia di Dickens; quand'era giovane e indigente, Dickens passava molte ore in un povero caffè di St Martins's Lane e gli capitava di posare l'occhio, sovrappensiero, su una scritta della porta a vetri. La scritta, "coffee room", era studiata per l'esterno ma lui la leggeva rovesciata da dentro; così, dichiarò in seguito, ogni volta che in ben altri e più ricchi caffè gli capitava di leggere "moor eeffoc", tutta la sua giovinezza gli tornava di colpo alla memoria, fresca come se il tempo non fosse passato.

Proust cinquant'anni prima. Ma Chesterton sostiene che quelle selvatiche parole, incomprensibili come una formulazione magica, sono "il motto di ogni realismo efficace." Proust è dunque uno scrittore realista?

Il realismo, per come la vedo io, e l'antiabitudine: è il leggero strappo, il particolare inaspettato, che apre uno squarcio nella nostra stereotipia mentale — mette in dubbio per un istante quel che Nabokov (nelle Lezioni di letteratura) chiama il "rozzo compromesso dei sensi" e sembra che ci lasci intravedere la cosa stessa, la realtà infinita, informe e impredicabile.

Realismo è quella postura verbale o iconica (talvolta casuale, talvolta ottenuta a forza di tecnica) che coglie impreparati di fronte alla realtà; la nostra enciclopedia percettiva non fa in tempo ad accorrere per normalizzare, come secondo gli stilnovisti gli spiriti non fanno in tempo ad accorrere in difesa del cuore all'apparire improvviso della donna amata. Il realismo è una forma di innamoramento.

— Walter Siti, Il realismo è l'impossibile, 2013

Hammerbrook - City can this really be true?

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