Va di moda la morte del romanzo

È un tema stupido, quello della morte del romanzo, ma costantemente ricorrente. Chi la afferma sembra molto intelligente, molto alla moda.

In realtà è un'affermazione basata in gran parte sull'ignoranza: si parla del romanzo come se fosse sempre esistito, e invece è un genere letterario giovanissimo, che non appartiene alla tradizione classica.

Questa origine plebea, della quale riesce ad essere orgoglioso solo dopo tre secoli — quelli che trascorrono dalla sua nascita all'acquisizione di una considerazione simile a quella degli ali generi letterari canonizzati dalla tradizione classica, come la poesia e il teatro — è il suo stigma irredimibile; ma è anche la sua principale virtù: alla malleabilità che conferisce al genere è dovuto il fatto che certe crisi di crescita fondamentali nella sua storia — alcune delle quali hanno finito per alterare il paradigma dominante— siano state propiziate o si siano risolte grazie all'assimilazione di generi adiacenti.

Questa origine plebea era il problema del primo romanziere, don Miguel de Cervantes. I generi "nobili" erano, per Cervantes come per gli uomini del Rinascimento, i generi classici, aristotelici: la lirica, il teatro, la poesia.

Per questo, perché apparteneva a un genere non nobile, il Chisciotte fu apprezzato a stento dai suoi contemporanei, o fu apprezzato semplicemente come un libro di intrattenimento, come un best seller privo di serietà.

Insomma, come ha detto José María Valverde, Cervantes non avrebbe mai vinto il premio Cervantes, che è il più importante premio per la narrativa di lingua spagnola.

Detto ciò, la cosa più curiosa è che sarà proprio questa tara iniziale a costituire il centro nevralgico e la principale virtù del genere: il suo carattere libero, ibrido, quasi infinitamente malleabile, il fatto che, come dicevo prima, è un genere di generi in cui entrano tutti i generi, e che si alimenta di tutti.
— Javier Cercas


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