Oralità e scrittura

Come Socrate, Gesù non scrisse e non pubblicò. L'unica allusione dei vangeli a un atto di scrittura è la pericope assai enigmatica di Giovanni, secondo la quale Gesù, nell'episodio dell'adultera, traccia dei segni sulla sabbia.

In quale lingua? E con quale significato? Rimarranno domande senza risposta, perché egli li cancella subito.

La saggezza divinamente infusa del piccolo Gesù getta nello sconcerto la sapienza della classe sacerdotale e degli studiosi del tempo, basata sulla forma e sulla conoscenza del testo. Egli insegna raccontando parabole, che possono essere facilmente memorizzate e ricordate grazie all'estrema concisione e allo stile lapidario.

Che Gesù non abbia mai avuto a che fare con la scrittura a parte l'insegna inchiodata sulla croce per deriderlo è una tragica ironia.

Sotto ogni altro punto di vista, il mago e il maestro di Galilea è un uomo di parole, un'incarnazione del Verbo (Logos) le cui dottrine e prove principali sono quelle dell'esistenziale, di una vita e di una passione non scritte in un testo, ma testimoniate nel vissuto.

E i destinatari del suo messaggio non sono lettori, ma imitatori, testimoni ("martiri") anch'essi per lo più analfabeti.

Il giudaismo della Torà e del Talmud e l'islam del Corano sono inevitabilmente libreschi. L'incarnazione del cristianesimo nella persona del Nazareno deriva dall'oralità e in essa viene proclamata.

Il passaggio al segno grafico, l'ingresso nella sfera del libro, avviene con l'ellenismo, negli accenni neoplatonici del quarto vangelo, con il suo gioco stilistico profondamente sofisticato (come nell'ode o inno d'apertura) e, specialmente, in San Paolo.

La ragione non è soltanto da individuare nel fatto che Paolo di Tarso, molto probabilmente, fu l'addetto stampa e il virtuoso delle relazioni pubbliche più abile di cui abbiamo conservato traccia; fu anche, semplicemente, uno dei più grandi scrittori della tradizione occidentale.

Le sue lettere sono annoverate tra i capolavori senza tempo di tutta la letteratura nel campo della retorica, del paradosso e della pena straziante.

Il fatto stesso che Paolo citi Euripide fa di lui un bookman, un uomo del libro sostanzialmente agli antipodi del Nazareno.
— George Steiner


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