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mercoledì 8 luglio 2015

Tradurre: il modo più profondo di conoscere una persona

La prima volta che ho incontrato Michael Cunningham, ero già stato rapito a distanza dalle sue parole. Lavoravo come lettore dall'inglese per la Bompiani, e mi ero imbattuto in "The Hours",  arrivato a casa come un dattiloscritto insieme a tanti altri, prima della sua pubblicazione negli Stati Unito, prima del premio Pulitzer, prima del film, prima di tutto.

Ho un ricordo nitido dell'inizio di quella lettura, e insieme al ricordo, affiora una parola che per me definisce la scrittura di Cunningham. La parola è: "precisione". Fin dall'attacco del romanzo (il racconto degli ultimi istanti di vita di Virginia Woolf) era evidente come la scelta del lessico, la costruzione della frase, l'andamento del capitolo, sembrassero obbedire a una legge di necessità. solo quell'aggettivo, solo quella frase, solo quell'espressione erano possibili, perché erano precisi.

La magia della scrittura di Cunningham sta nel fatto che la precisione non viene percepita alla lettura come ricerca, ma come naturalezza. Nei romanzi di Cunningham (e anche nei pochi racconti che ha scritto, penso a "Mr Brother"), la precisione appare così spontanea da far pensare a un pezzo musicale, a una melodia.

Quando, mesi dopo quella prima lettura, ho iniziato a tradurre il romanzo, su quella melodia, su quella musicalità, o meglio sul tentativo (probabilmente vano) di renderla in lingua italiana ho perso ore, giorni, sonno e un po' di controllo dei nervi. Leggevo a voce alta le righe che avevo tradotto, esasperato perché non le sentivo "suonare" (no, no, neanche lontanamente) come "suonava" l'originale. E ricominciavo. Non che mi penta di un solo istante passato a tradurre "The Hours" e i libri successivi che ho tradotto di Cunningham. Stando vicino alla sua scrittura, e condividendone le ossessioni, prima di tutto quella per la precisione, il mio modo di scrivere –e più in generale di vivere la scrittura– è cambiato.

La mia relazione professionale da traduttore con Cunningham è iniziata nel 1998 e non si è mai interrotta, nemmeno quando per mancanza di tempo non ho potuto tradurre alcune sue opere. Siamo diventati amici, e confidenti.
[...]
Imparando a conoscerlo prima attraverso quello che scriveva (esiste un modo più profondo di conoscere una persona? Forse no), poi nella vita reale, ho scoperto altre passioni e ossessioni che ci legavano: una speciale tolleranza per gli accadimenti della vita e il modo in cui questi dirigono la tua scrittura, così che a un certo punto puoi solo arrenderti, e lasciare che la tua scrittura segua la vita.

Forse è solo una mia impressione, ma quando ci incontriamo, ogni volta che ci salutiamo, abbiamo entrambi la sensazione di conoscerci meglio per quello che dicono di noi i nostri racconti, che non per le cose che facciamo o diciamo nella vita reale. Ho tradotto le sue righe che parlavano di una città, Provincetown, o di uno speciale rapporto fra fratelli, ho tradotto le diverse infelicità dei suoi personaggi, e i momenti di illuminazione e gioia, le epifanie improvvise e i semplici gesti quotidiani che si fanno densi di significato non appena ce li lasciamo alle spalle.
[...]
So che se non avessi conosciuto Michael sarei uno scrittore diverso, so che se non avessi lottato da traduttore insieme e contro quelle parole che tanto amavo, avrei capito meno della testardaggine e della perseveranza legate al nostro lavoro. Precisione e umanità. Ricerca continua, destinata per assioma ad agguantare solo un'ombra di quello che inseguivi. Tendere all'alto, sapendo già che raccoglierai da terra quello che puoi. Non potrei scrivere, se non sapessi questo.

Dunque grazie, signor Cunningham. Tradurti e conoscerti mi ha reso uno scrittore, e un uomo, diverso.
— Ivan Cotroneo, La Repub­blica, 6 luglio 2015.

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