domenica 15 ottobre 2017

Lo scrittore ha un solo potere: contaminare i giovani.

Nella tesi del mio master ho studiato cosa serve per ottenere un cambiamento radicale vero. Che tipo di gruppo ti serve per imprimere alla società una svolta di 45 gradi, o di 90 gradi? È emerso che hai bisogno di un autentico genio. In realtà hai bisogno di due persone brillanti che hanno una posizione di prestigio nella comunità. Uno di loro, a proposito del genio, dice: "Questo tipo non è pazzo." E poi, hai bisogno di uno che sappia spiegare. Tra i Cubisti c'era Picasso e poi c'erano Braque e Apollinaire che hanno spiegato cosa stavano facendo. (Picasso non voleva spiegare le sue stramberie. Troppo complicato.)

La mia tesi prendeva in esame i Cubisti e la danza dei fantasmi dei Nativi Americani. [...] Ho studiato come si può ottenere un cambiamento: ma un romanziere non può cambiare le cose. Non puoi. Non hai controllo su niente e nessuno. Come si può permettere chi non è un giornalista o non ha l'autorità, di commentare cose complicate come le strategie militari, la politica estera o il petrolio? E tu dovresti dirci cosa dovrebbe fare il governo?

Il romanziere è in una posizione ridicola: totalmente delegittimata. Non ha cariche, posizioni, e spara opinioni di qua e di là. Dà solo fastidio a un sacco di gente. Come ci permettiamo di sparlare?

Eppure i romanzieri possono avere grande efficacia sui giovani. Quando avevo tra i 14 e i 20 anni e cominciavo a leggere un po' di tutto, non avevo alcun tipo di immunità nei confronti delle idee. Leggevo Hemingway, Steinbeck, Dos Passos, e James T. Farrell – e le loro opinioni politiche diventavano le mie.

Penso che alcuni giovani siano diventati pacifisti per merito mio. In realtà, non so nemmeno io quale sia il mio messaggio di romanziere. Ma vorrei infettare la gente con idee umane prima che siano in grado di costruire gli anticorpi.

— Kurt Vonnegut, An Unsentimental Education, 1995.

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mercoledì 11 ottobre 2017

Perché scrivo?

Per registrare il mondo così com'è. Per fissare sulla carta il passato prima che sia del tutto dimenticato. Per riportare alla luce il passato perché è stato dimenticato. Per soddisfare il mio desiderio di vendetta. Perché sapevo che avrei dovuto continuare a scrivere, altrimenti sarei morta. Perché scrivere significa prendersi dei rischi ed è solo prendendo rischi che sappiamo di essere vivi. Per fare ordine nel caos. Per deliziare e istruire (non più tanto in auge dopo l'inizio del ventesimo secolo, o comunque non in questa forma). Perché mi piace. Per esprimermi. Per esprimermi magnificamente. Per creare un'opera d'arte perfetta. Per ricompensare i virtuosi e punire i colpevoli; oppure – la difesa del Marchese de Sade, usata dagli amanti dell'ironia – viceversa. Per porgere uno specchio alla Natura. Per porgere uno specchio al lettore. Per dipingere un ritratto della società e dei suoi mali. Per dar voce alla vita inespressa delle masse. Per nominare il mai ancora detto. Per difendere lo spirito umano, e l'integrità umana, e l'onore. Per fare marameo alla Morte. Per far soldi così i miei figli possono avere delle scarpe. Per far soldi così potrò sputtanare quelli che un tempo mi hanno sputtanato. Per mettere in piazza i bastardi. Perché creare è umano. Perché creare è Divino. Perché non volevo saperne di trovare un lavoro. Per dire qualcosa di nuovo. Per fare qualcosa di nuovo. Per creare una consapevolezza nazionale, o una coscienza nazionale. Per giustificare i miei fallimenti a scuola. Per giustificare la mia prospettiva su me stessa e sulla mia vita, perché non potevo essere "una scrittrice" se non avessi scritto qualcosa. Per apparire più interessante di quanto realmente fossi. Per attirare l'amore di una bella donna. Per attirare l'amore di qualsiasi donna. Per attirare l'amore di un bell'uomo. Per correggere le imperfezioni della mia tristissima infanzia. Per umiliare i miei genitori. Per imbastire una storia affascinante. Per divertire e compiacere il lettore. Per divertire e compiacere me stessa. Per passare il tempo, anche se sarebbe comunque passato. Grafomania. Logorrea compulsiva. Perché sono stata spinta a farlo da una forza che non sono riuscito a controllare. Perché un angelo mi ha dettato tutto. Perché sono stata abbracciata dalle Muse. Perché sono stata messa incinta dalle Muse e avevo bisogno di dar luce a un libro (un interessante caso di cross-dressing, a cui si sono dedicati gli scrittori maschi del diciassettesimo secolo). Perché ho avuto libri invece di bambini (alcune donne del ventesimo secolo). Per servire l'Arte. Per servire l'Inconscio Collettivo. Per servire la Storia. Per giustificare il comportamento di Dio con gli uomini. Per sfogare comportamenti asociali per cui sarei stata punita nella vita reale. Per padroneggiare un mestiere in modo da poter generare testi (un'aggiunta recente). Per rovesciare il Sistema. Per dimostrare che qualunque cosa sia, è giusto. Per sperimentare con nuove forme di percezione. Per creare un salottino ricreativo dove il lettore può andare e divertirsi (tradotto da un giornale cecoslovacco). Perché la storia mi ha preso e non mi ha più mollato (la difesa dell'Ancient Mariner). Per cercare un senso del lettore e di me stessa. Per affrontare la mia depressione. Per i miei figli. Per farmi un nome che sopravviverà alla morte. Per difendere una minoranza o una classe oppressa. Per parlare in nome di chi non può parlare a proprio nome. Per denunciare ingiustizie e atrocità spaventose. Per documentare i tempi nei quali ho vissuto. Per fornire una testimonianza degli eventi terrificanti a cui sono sopravvissuta. Per dare voce ai defunti. Per festeggiare la vita in tutta la sua complessità. Per celebrare l'universo. Per darmi la possibilità di speranza e redenzione. Per restituire qualcosa che mi è stato dato. 

— Margaret Atwood, On writers and writing (The Empson Lectures), 2002.

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domenica 8 ottobre 2017

Della creatività fate quel che vi pare, ma non toccate l'immaginazione.

Un poeta è stato nominato ambasciatore. Un drammaturgo viene eletto presidente. Operai e manager si mettono in fila per costruire un nuovo romanzo. Adulti cercano una guida spirituale e intellettuale in storie di scimmie guerriere, giganti con un occhio solo e cavalieri strampalati che combattono contro mulini a vento. Saper leggere è considerato un inizio, non un fine.

... Beh, forse in un altro paese, ma non in questo. In America l'immaginazione è generalmente vista come qualcosa che può tornare utile quando la TV non funziona. La poesia e il teatro non hanno alcuna relazione con la politica. I romanzi sono per gli studenti, le casalinghe e altre persone che non lavorano. La fantasia è per i bambini e per i popoli primitivi. La lettura è riservata al manuale d'istruzioni.

Credo che l'immaginazione sia il più utile strumento di cui disponga l'umanità. Più utile ancora del pollice opponibile. Posso immaginare di vivere senza i miei pollici, ma non senza la mia immaginazione. Sento le voci di chi è d'accordo con me. "Sì, sì!", mugolano. "L'immaginazione creativa è un plus incredibile nel business! Apprezziamo la creatività, la premiamo!". Sul mercato, la parola creatività ha assunto il significato di creazione di idee in base a strategie finalizzate alla produzione di profitto. Questo ridimensionamento si è spinto così avanti che la parola creatività non può essere degradata ulteriormente. Io non la uso più e la lascio volentieri ai capitalisti e agli accademici perché ne facciano quello che vogliono. Ma non possono toccare l'immaginazione.

L'immaginazione non è uno stratagemma per far soldi. Non trova posto nel vocabolario del profitto. Non è un'arma, sebbene tutte le arme nascano da lei, e il loro uso, o non uso, dipendano da lei, così come tutti gli strumenti e i loro utilizzi. L'immaginazione è uno strumento essenziale della mente, un modo di pensare fondamentale, un mezzo indispensabile per diventare e restare umani.


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mercoledì 4 ottobre 2017

Scarpe sì, libri sì.

Borges mi raccontò una volta che durante una manifestazione popolare organizzato dal governo peronista negli anni cinquanta contro l'opposizione degli intellettuali, i dimostranti gridavano: "Scarpe sì, libri no". Il più ragionevole slogan "Scarpe sì, libri sì" non convinceva nessuno. La realtà – la dura, necessaria realtà – era vista irrimediabilmente in conflitto con l'evasivo mondo dei sogni rappresentato dai libri. Con questa scusa, e sempre con successo, il potere incoraggia l'artificiosa dicotomia fra la vita e la lettura.

I regimi demagogici ci chiedono di rinunciare ai libri, marchiati come oggetti superflui; i regimi totalitari ci impongono di non pensare, vietando, minacciando e censurando; entrambi vogliono che diventiamo stupidi e accettiamo la nostra degradazione senza reagire, incoraggiando però il consumo delle più insulse brodaglie. In tali condizioni i lettori non possono che essere sovversivi.

— Alberto Manguel, Una storia della lettura, 2009.

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domenica 1 ottobre 2017

La poesia: neanche a me piace.


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I, too, dislike it.
Reading it, however, with a perfect
contempt for it, one discovers in
it, after all, a place for the genuine.

--Marianne Moore 

Neanche a me piace.
A leggerla, però, con totale
disprezzo, vi si scopre,
dopo tutto, uno spazio per l'autentico.

[...]

"La poesia": che forma d'arte è quella che dà per scontato di non piacere al suo pubblico, e che artista è quello che condivide questa antipatia, e anzi la incoraggia? Una forma d'arte odiata dell'esterno e dall'interno. Che forma d'arte è quella che ha come condizione della propria possibilità un perfetto disprezzo? E oltretutto, anche leggendola con disprezzo, non si ottiene l'autenticità. Le si può solo creare "uno spazio": ma comunque non si tocca con mano la vera poesia, il prodotto genuino.

A intervalli di qualche anno, sulle riviste mainstream appare un pezzo in cui si lanciano accuse alla poesia o se ne proclama la morte, solitamente dando ai pochi poeti esistenti la colpa della relativa marginalizzazione di questa forma d'arte, e poi nella blogosfera fioriscono le difese, prima che la nostra cultura, se così possiamo chiamarla, torni a rivolgere la propria attenzione, se così possiamo chiamarla, al futuro.

Ma perché non ci chiediamo: che forma d'arte è quella che è caratterizzata – e viene caratterizzata da millenni – da un simile alternarsi di attacchi e difese? Molta più gente si trova d'accordo sul fatto di odiare la poesia di quanta concordi nel definire cos'è. Neanche a me piace, eppure ho fatto in modo che gran parte della mia vita ci ruotasse intorno (anche se con molta minore disciplina e perizia rispetto a Marianne Moore), ma questa non la vivo come una contraddizione perché la poesia e l'odio della poesia per me – e forse per voi – sono inestricabili.

— Ben Lerner, Odiare la poesia, 2017 (2016)

mercoledì 27 settembre 2017

I cortocircuiti della Recherche.


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Reduce da Propp, che cosa mi colpì, di Proust? La capacità di collegare fra loro, mediante cortocircuiti, realtà poste a distanze siderali, nel tempo o nella natura: cortocircuiti nei quali l'individuo rivela la società, l'aneddoto prefigura e spiega la Storia. Non a caso Carlo Ginsburg ritiene che la Ricerca, "il più grande romanzo del nostro tempo, è costruito secondo un rigoroso paradigma indiziario". Tutti noi ricordiamo le progressive mutazioni dei biancospini in fiore, così simili al trasfondersi di sostanze diverse – mare terra e cielo – nella pittura di Elster; o le sonde nella millenaria storia di Francia consentite dalle forme lessicali vive in Françoise, o dai piatti da lei cucinati. Faccio un esempio concreto di questi ponti temporali e di queste trasmutazioni alchiliche altrettanto se non persino più audaci che in Gadda, non a caso grande estimatore di Proust.

La voce che dice io nella Ricerca descrive le beate masturbazioni nel bagno della case di tante Léonce, ed ecco, il fiotto di seme è liquido opale, preziosa gemma, e i fili di sperma sembrano fili di ragnatela che rugiada e alba impreziosiscono suscitandone i riflessi, quei fili di ragno che in primavera volano sospesi, invisibili sin quando un raggio di sole non li accende, e i contadini li chiamano "fili della Madonna". Così lungo i sontuosi meandri della propria prosa, Proust ci conduce da un fiotto di sperma adolescenziale a un idiotismo testimone della millenaria devozione mariana in terra di Francia.

Certo, ci vuole convinta fiducia nella propria arte, proprio come nella Commedia lo stesso recipiente, vas e casello, nell'inarrivabile spregiudicatezza di un poeta come Dante, si presta ad accogliere sperma e grazia divina e mutamenti alchemici. In Proust, inoltre, è il suo così peculiare talento nell'evocare dalle piccole cose lo spirito e l'onda lunga della Storia: vi è, in quei contadini e in quei "fili della Madonna", concentrato in un lampo il ritratto della vigile France, il sangue e la terra, proprio come nei nomi dei luoghi più umili lungo il corso della Vivono risplende, grazie alla filologia, l'antica gloria merovingia.


domenica 24 settembre 2017

Il lettore ideale deve avere la febbre.


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Nemmeno il più bieco degli scrittori commerciali, neanche lo scrittore seriale di noir scrive esclusivamente e strumentalmente avendo come destinatario il suo pubblico, in vista di un pubblico bene identificato e prefigurativo, anche perché il "pubblico" dei lettori (esattamente come il "popolo" o come si dice oggi la "gente" o il "paese" a cui si rivolgono i politici e gli anti-politici) è un'entità supremamente vaga e mutevole, nel tempo si sono formate e identificate comunità diverse, prima erano gli intellettuali e i cortigiani, poi la signora che legge il romanzo sul divano di casa – se avete presente il famoso quadro dell'Ottocento che si intitola La lettrice – il modello a cui si rivolge lo scrittore professionale quando scrive, il tipo di donna borghese coltivata che fuma sigarette e divora romanzi: cioè quello che, almeno in Italia, permette alla letteratura di campare, alle librerie di restare aperte, alle presentazioni di avere un po' di pubblico... e compagnia bella. Grazie, dunque, a questa figura, grazie! ma non è nemmeno per lei che si scrive...
[...]
Per cui, ecco, se io mi mettessi a pensare in anticipo al destinatario, francamente, finirei per recalcitrare dalla scrittura: se mi viene in mente chi è che compra i libri, temo che non scriverei mai apposta per costui, o per costei, insomma, chi compra i libri mi sembra in definitiva la persona meno adatta a leggere i libri. Ma se non li leggono quelli che li comprano, allora chi è che dovrebbe leggerli? E va bene, va bene allora che a leggerli sia chi li compra i libri... purché però venga menomato, scemato, privato della sua baldanza di acquirente di libri e dunque persona colta ed esigente ecc. ecc..., ad esempio, abbia la febbre, sia a letto febbricitante, delirante nei confronti del libro che ha in mano e di tutto il resto... Come diceva Carmelo Bene, la malattia è uno stato di grazia, ma non solo per chi scrive, anche per chi legge: ha 39°, scotta di febbre? Allora sì che mi va bene... ecco la mia lettrice ideale!

— Edoardo Albinati, Oro colato. Otto lezioni sulla materia della scrittura, 2014

mercoledì 20 settembre 2017

Quando siete bloccati, raccogliete nuove informazioni.


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Tutti noi scrittori sprechiamo tempo. A volte perché non siamo pronti o capaci di risolvere un problema della trama e abbiamo bisogno di più tempo per lasciar marinare le nostre idee. Spesso però sprechiamo le nostre ore perché abbiamo paura.

Alcuni scrittori passano le loro intere esistenze in questo modo, invece di decidersi a mettere giù le parole sul foglio. Io non volevo finire così, quindi all'inizio della mia carriera ho inventato un motto molto utile: Procrastina domani. Ed è stato utile, veramente. Mi ha ricordato di cominciare la mia giornata di scrittura con la scrittura e di salvare il cazzeggio per un secondo momento.

Nessun'altra coppia di parole dà la volata a una giornata di scrittura come "procrastina domani". Magari funziona anche per te. Ma il motto risolve solo metà del problema, perché non può far nulla quando ci ritroviamo a fissare lo schermo, smarriti. Si chiama blocco dello scrittore, e ogni scrittore che ho conosciuto, prima o poi ci sbatte il naso. [...]

Il blocco dello scrittore si manifesta alla confluenza di due fenomeni: "troppa paura" e "informazioni sufficienti".

TROPPA PAURA.
Quando un problema creativo ci pone troppe difficoltà, cominciamo a temere che sia un problema che non possiamo risolvere. Che sia una battuta che ci sfugge, un plot twist ingarbugliato o un'emozione che riusciamo a capire solo in parte, non importa: ci porta sul ciglio estremo delle nostre capacità creative e ci lascia lì a fissare il vuoto. A quel punto l'ansia diventa l'albatross di Coleridge: un peso attorno al collo. Ci impedisce di scrivere – letteralmente ci paralizza – perché come facciamo a pensare in modo fruttuoso quando siamo sotto questa scura, oppressiva nuvola di insicurezza? Ci siamo infilati in un circolo vizioso negativo ed è proprio questo il blocco dello scrittore: non la mancanza delle parole ma la presenza della paura.

INFORMAZIONI INSUFFICIENTI
Spesso questo circolo vizioso, curiosamente, è innescato dalla mancanza di una conoscenza adeguata del problema che stiamo cercando di risolvere. Non abbiamo messo abbastanza informazioni da usare come combustibile per far funzionare il motore. Forse dobbiamo fare più ricerche sul contesto della nostra storia. Forse dobbiamo approfondire la comprensione dei personaggi. Forse dobbiamo ampliare la nostra ricerca per inserire elementi nella storia. Forse dobbiamo semplicemente fare un po' di introspezione e consultare i nostri "dati interiori" per capire cosa diavolo stiamo cercando di dire. Qualunque siano le informazioni che stiamo cercando è chiaro che è la mancanza di informazioni ad averci bloccato.

Ed è qui che dobbiamo seguire il più radicale dei consigli: "Se non puoi scrivere, smetti di provarci." Va a raccogliere piuttosto informazioni. Scrivere, sapete, è un atto creativo. Coinvolge il nostro ego, che si mette in mezzo e ostacola i nostri progressi. Raccogliere informazioni, invece, lascia stare l'ego, perché è semplice: non abbiamo paura di fallire. Perciò, quando scrivere è difficile ma spulciare dati è facile, non fate la cosa difficile, fate quella facile.

Ora guardate la magia. Raccogliere materiali ha rilassato la vostra mente, e vi ha liberato dalla paura. La ricerca di informazioni non solo ha prodotto materiale nuovo, ma anche un più fertile (perché meno intimidente) approccio all'elaborazione di quei dati. Raccogliere informazioni ha fatto addormentare il vostro ego, così potete ricominciare a sceverare il problema creativo che cercate di risolvere. Senza accorgervene, avete ricominciato a scrivere. In modo semplice, efficace, efficiente, automatico. Tutto questo per aver preso la decisione di non scrivere, quando scrivere vi è sembrato difficile. Ricominciamo dunque passo passo:

1. Ammettete di esservi bloccati. (Come fate a capirlo? Spiritosi: non state scrivendo.)

2. Rinunciate a forzare il blocco. (Non farebbe che produrre risultati pessimi e farvi sentire peggio.)

3. Andate a recuperare informazioni. (Cercate sia da fonti esterne che interne. Alle volete le risposte sono già nella vostra testa e dovete solo tirarle fuori.)

4. Rilassate il cervello. (Il vostro ego smette di tormentarvi perché ehi, qualunque straccio di ego è in grado di raccogliere qualche dato).

5. Ritrovatevi a scrivere di nuovo. (E vai!)

Ripetete se necessario. (E sarà necessario. Un altro problema vi aspetta dietro l'angolo.)

Ecco tutto. Blocco dello scrittore superato, nei secoli dei secoli, amen. Non ringraziatemi, sono qui per servirvi.

— John Vorhaus, The Little Book of Sitcom, 2012;

domenica 17 settembre 2017

L'opera dello scrittore: una lunga fuga in avanti.


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Quando state per terminare un libro, vi sembra che cominci a staccarsi da voi e respiri già l'aria della libertà, come i ragazzi, in classe, alla vigilia delle vacanze estive. Sono distratti e rumorosi e non ascoltano più il loro professore. Direi addirittura che nel momento in cui scrivete gli ultimi paragrafi, il libro vi manifesta una certa ostilità nella sua fretta di liberarsi di voi. E vi lascia non appena avete tracciato l'ultima parola. Fine, non ha più bisogno di voi, vi ha già dimenticato. Ormai sono i lettori che lo riveleranno a se stesso.

In quell'attimo voi proverete un grande vuoto e la sensazione di esser stati abbandonati. E anche una qual certa insoddisfazione a causa di quel legame tra il libro e voi, che è stato troncato troppo rapidamente. Questa insoddisfazione e la sensazione di qualcosa di incompleto vi spingono a scrivere il libro successivo per ristabilire l'equilibrio, senza che possiate mai raggiungerlo. Man mano che gli anni passano, i libri si succedono e i lettori parleranno di un'"opera". Ma voi avrete la sensazione che è stata solo una lunga fuga in avanti.


— Patrick Modiano, accettazione del premio Nobel, 7 dicembre 2014

mercoledì 13 settembre 2017

La fantascienza è narrativa di idee.

La fantascienza è narrativa di idee. Le idee mi eccitano, e appena mi eccito comincia a scorrere l'adrenalina e di lì a poco mi ritrovo a trarre energia dalle idee stesse. La fantascienza è qualunque idea ti venga in mente che non esiste ancora, ma presto esisterà e cambierà ogni cosa per tutti e niente sarà come prima. Appena ti viene un'idea che cambia una qualche piccola parte del mondo, stai scrivendo fantascienza. È sempre l'arte del possibile, mai dell'impossibile.

— Ray Bradbury, Paris Review (intervista mai pubblicata), 1976

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